ITALIANO
Il primo argomento affrontato è stato l’Umanesimo legato alla letteratura.
LORENZO DE MEDICI DETTO IL MAGNIFICO
Uno degli esponenti più importanti di questa corrente artistico-filosofica è stato Lorenzo de
Medici o Lorenzo il Magnifico, nato nel 1449 a Firenze e morto nel 1492.
Fu un signore, probabilmente il più importante di tutti i signori per via della sua audacia e
forza di spirito. Fu inoltre una figura chiave per tutta l’italia settentrionale e la sua morte portò
squilibrio fra gli stati italiani.
La sua corte era piena di svago, arte e cultura. Era un uomo colto, amante della letteratura e
dell’arte pittorica. Raccoglie dei componimenti in un'opera chiamata “Raccolta Aragonese”
dove sono custoditi ben 499 sonetti in volgare.
Da questi spunti inizia a scrivere i suoi propri componimenti: scrive dei canti chiamati
“Carnascialeschi” da cantare durante i carnevali fiorentini.
Un’opera importante che scrive si chiama “Trionfo di Bacco e Arianna”, in cui mescola
elementi classici e fini con canoni popolari. È una poesia composta da 3 sezioni. Nella prima
de 'Medici dice al lettore di cogliere l’attimo, di vivere il momento. Scrive poi 7 strofe
descrittive di un corteo di carnevale con sfilate e vari personaggi classici: le Ninfe e le Satire,
Mida, Bacco e Arianna. Conclude il componimento ribadendo che cogliere l’attimo è
fondamentale.
AGNOLO (ANGELO) AMBROGINI DETTO ANGELO POLIZIANO:
Anch’egli un esponente importantissimo dell’Umanesimo, nasce a Montepulciano (Siena) nel
1454 e muore nel 1494.
Dopo la morte del padre va a vivere a Firenze, era ancora un ragazzo. Studia lettere a
Firenze e diventa il precettore di Pietro de Medici. Più tardi gli viene affidata la cattedra di
Latino e Greco a Firenze.
Creò una raccolta di 100 discussioni testuali e interpretative chiamata “Miscellanea”,
egli possedeva un’ampia conoscenza della letteratura classica, infatti scrisse anche
odi, elegie ed epigrammi in latino. Scrisse circa 60 epigrammi in greco.
La sua opera più celebre è la ballata I’ MI TROVAI, FANCIULLE, UN BEL MATTINO:
Immagina un racconto di una ragazza che racconta alle amiche di come trovò, in un campo
di fiori, delle rose in bocciolo, già sbocciate e appassite. La ragazza però sa che cogliendo le
rose sbocciate e belle avrà fortuna in amore. Invita, quindi, le altre amiche a fare lo stesso
presto, poiché la bellezza delle rose sbocciate rischia di svanire velocemente. Il tema è
evidente: cogliere l’attimo.
NICCOLÒ DI BERNARDO DEI MACHIAVELLI DETTO NICCOLÒ MACHIAVELLI:
Figura controversa nella Firenze dei Medici, è noto come il fondatore della scienza politica
moderna, i cui princìpi base emergono dalla sua opera più famosa, Il Principe, nella quale,
tra l'altro, è esposto il concetto di ragion di stato, nonché è presente la concezione ciclica
della storia.
LETTERA A FRANCESCO VETTORI:
La lettera ci porta dentro la vita di Machiavelli durante il suo esilio, scritta nel dicembre del
1513 dall’Albergaccio e indirizzata all’amico Francesco Vettori, che si trovava a Roma.
In queste righe Machiavelli cerca di condividere con lui la sua quotidianità, ma anche di
confidargli una notizia importante: la stesura del Principe. Considera quest’opera come un
vero e proprio “regalo politico”, un gesto per dimostrare ai nuovi signori di Firenze la sua
abilità e la sua esperienza in materia di governo. Sperava che, dedicandola al Duca di
Urbino, potesse ottenere di nuovo un incarico politico e tornare alla vita pubblica.
Sin dall’inizio della lettera si percepisce l’amicizia sincera tra i due: Machiavelli, con tono
scherzoso, rimprovera Vettori per il ritardo delle sue risposte, temendo che si fosse offeso
per qualche ragione.
Nel testo si alternano due registri linguistici ben distinti: uno semplice e leggero, usato per
raccontare i piccoli fatti quotidiani, e uno più denso e riflessivo, riservato ai pensieri profondi
sulla politica, sull’esilio e sul desiderio di riscatto.
La giornata di Machiavelli scorre tra momenti di umiltà e di spirito. Al mattino si alza presto,
va nel bosco a controllare il lavoro dei boscaioli e si intrattiene con loro parlando di cose
semplici. Nel pomeriggio si reca all’osteria, dove gioca a carte e chiacchiera con l’oste e altri
frequentatori. Lui stesso ammette di “diventare volgare” per adattarsi all’ambiente, quasi
come se volesse sfidare la sorte che lo ha ridotto a quella condizione.
Ma il tono cambia completamente quando arriva la sera. Tornato a casa, Machiavelli si
toglie i panni quotidiani e indossa abiti curiali: è il momento in cui ritrova sé stesso, l’uomo
colto e riflessivo. Si immerge nei libri degli autori classici, dialoga idealmente con loro,
ragiona sui principi e sul potere, dimenticando per qualche ora la realtà del suo esilio.
È proprio in questo clima di studio e riflessione che confida all’amico di aver scritto un
piccolo trattato, l’Opuscolo De Principatibus, che diventerà poi Il Principe. Con questa nuova
opera, Machiavelli sogna di poterla presentare a Giuliano de’ Medici (non Guglielmo), nella
speranza di riconquistare un posto nella vita politica di Firenze.
Scrive IL PRINCIPE e lo dedica a Lorenzo de Medici:
LA DEDICA:
Il Principe è dedicato a Lorenzo Piero de’ Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico.
Machiavelli apre l’opera spiegando che, per tradizione, chi desidera guadagnarsi il
favore di un principe è solito offrirgli i doni più preziosi che possiede: cavalli, armi,
gioielli o altre ricchezze. Lui, però, ammette di non avere nulla di tutto questo.
L’unica cosa davvero preziosa che può offrire è la sua conoscenza della politica e
della storia, frutto di anni di esperienza e di studio.
Racconta infatti che questa sapienza non nasce dal nulla: l’ha costruita grazie ai quindici
anni trascorsi al servizio della Repubblica fiorentina e attraverso una lunga e appassionata
lettura degli autori dell’antichità.
Con grande umiltà si scusa per quella che potrebbe sembrare presunzione — un uomo di
origini modeste che osa dare consigli a un principe. Ma subito chiarisce il suo pensiero con
una splendida metafora: proprio come un pittore, per comprendere bene la forma delle
montagne, le osserva dalla pianura, e per capire la pianura guarda dalle vette, così anche
chi vuole conoscere davvero la natura del popolo deve essere principe, e chi vuole capire
quella dei principi deve appartenere al popolo.
Con questo gesto, Machiavelli spera di colpire Lorenzo de’ Medici con la forza della sua
intelligenza e delle sue riflessioni politiche, nella speranza che ciò gli valga la possibilità di
tornare alla vita pubblica e di ottenere un nuovo incarico politico.
Capitolo 6: «Dei principati nuovi acquistati con le proprie armi e per
virtù»
In questo capitolo Machiavelli si concentra sui principati che vengono acquisiti non per
eredità, e non semplicemente grazie alla fortuna, ma mediante le proprie armi, cioè con
capacità, energia, “virtù” (nel senso machiavelliano) e iniziativa.
Punti chiave:
● Machiavelli distingue due componenti fondamentali: la fortuna e la virtù. La fortuna
dà l’opportunità, la virtù la sfrutta. Senza virtù, la fortuna rimane vana; senza
un’occasione, anche la virtù può non realizzarsi.
● I principi “nuovi” che sorgono da sé, con proprie forze, affrontano difficoltà più grandi
all’origine, perché devono instaurare istituzioni nuove, conquistare consenso,
stabilizzare l’ordine. Ma una volta stabiliti, tendono ad avere maggiore tenuta.
● Esempi storici: Machiavelli cita figure come Moses, Cyrus the Great, Romulus,
Theseus – uomini rappresentativi che hanno fondato ordini nuovi grazie alle loro
capacità e all’occasione che si è presentata.
● Machiavelli avverte che chi si affida soltanto alla fortuna o a mezzi esterni (es.
appoggi, favore altrui) sarà in difficoltà nel conservare lo stato: «araldi non armati»
non avranno successo.
● Un punto metaforico importante: la trasformazione di un ordine esistente è molto più
difficile che il mantenimento di uno già acquisito con virtù. Le “radici” dell’ordine
precedente sono resistenti, chi ha interesse nel mantenimento dell’“antico” si oppone
al nuovo.
Riflessione:
Se un principe assume il potere “da solo”, con proprie capacità, affronta un percorso difficile
(gli oppositori dell’ordine precedente, la sfiducia dei popoli), ma ha basi più solide in vista
della conservazione dello stato. Machiavelli pone quindi una forma ideale (ma realistica) di
acquisizione: iniziativa autonoma + forza propria + capacità di instaurare un ordine. Questo
è in contrasto con l’idea romantica che basti la fortuna o l’eredità.
Capitolo 7: «Dei principati nuovi acquistati con le armi altrui o per
fortuna»
Questo capitolo esplora il caso in cui il nuovo principe acquisisce il principato non “con le
proprie armi” ma grazie agli aiuti altrui o alla fortuna (favouri, eredità, contingenze
favorevoli).
Punti chiave:
● Machiavelli nota che tali principi hanno poca difficoltà iniziale nel salire al potere
(poiché ricevono il dominio “gratuitamente” o per appoggio), ma moltissima difficoltà
nel conservare lo stato.
● Esempi: Francesco Sforza è citato come principe che ha un buon fondamento grazie
alla propria capacità; invece Cesare Borgia è menzionato come esempio di fortuna
che aiuta nell’acquisizione ma che non garantisce la stabilità se non si pongono basi
solide.
● Machiavelli spiega le ragioni della fragilità di questi principati: mancano radici
proprie, mancano eserciti fedeli, mancano istituzioni stabili; spesso dipendono
ancora dal favore che li ha posti al potere o dalla benevolenza di altri.
● Anche se il principe è capace, se la fortuna lo ha favorito nell’acquisizione, la perdita
della fortuna può sancire la rovina, se non si sono messe le basi per resistere.
Riflessione:
Questo capitolo fa da contraltare al precedente: non basta “arrivare” al potere, bisogna
conservarlo. La virtù conta molto, e la fortuna da sola non è sufficiente. Machiavelli
evidenzia un rischio concreto dei nuovi principati: l’origine debole implica fragilità intrinseca.
È come dire: se hai costruito su sabbia, potrai perdere tutto quando la fortuna cambia.
Capitolo 15: «Di ciò per cui gli uomini, e specialmente i principi, sono
lodati o biasimati»
Qui Machiavelli cambia argomento rispetto alle strutture dei principati e si concentra sul
carattere e sui comportamenti del principe: quali qualità devono essere possedute, quali
apparenze devono essere date, quali vizi vanno evitati o tollerati.
Punti chiave:
● Machiavelli attacca l’idea tradizionale (umana e filosofica) che il principe debba
semplicemente vivere come dovrebbe (virtù morale) secondo i modelli ideali: «molti
hanno immaginato principati che non sono mai esistiti».
● Afferma che come si dovrebbe vivere è molto distante da come si vive. Un principe
che vuole essere “buono” in ogni cosa è destinato alla rovina, perché circondato da
molti che non lo sono.
● Perciò un principe saggio deve sapere quando non essere virtuoso, e usare ciò che
appare viziato se necessario al bene dello stato. Egli non deve preoccuparsi troppo
di essere lodato per tutte le qualità buone, ma deve assolutamente evitare i vizi che
lo portano alla perdita dello stato.
● Machiavelli elenca le qualità per cui gli uomini sono di solito lodati o criticati
(generosità, parsimonia, crudeltà, misericordia, fede, astuzia, ecc.). E dice che molte
buone qualità possono rivelarsi dannose, se mal applicate o in momenti sbagliati,
mentre alcuni “vizi” applicati saggiamente possono dare sicurezza e prosperità.
● Il principio dell’apparenza: è spesso più importante apparire virtuosi che esserlo
sempre, se l’essere lo impedisce dalla conservazione dello stato.
Riflessione:
Questo capitolo è spesso considerato “una delle parti più machiavelliche” del libro, perché
rovescia l’etica tradizionale: non si tratta di fare il bene assoluto, ma di mantenere lo stato.
Il criterio è dunque la funzione politica, non la purezza morale. Questo non significa che
Machiavelli promuova il male fine a sé stesso, ma che considera il bene del principato come
misura. È una riflessione rivoluzionaria per l’epoca (e tutt’oggi) sul rapporto fra etica e
potere.
Capitolo 18: «In che modo i principi devono mantenere la loro parola»
In questo capitolo Machiavelli affronta il tema della fede, della promessa e della credibilità
del principe: ovvero, se e quando un principe deve mantenere la parola data.
Punti chiave:
● Machiavelli riconosce che è praiseworthy (lodevole) che un principe mantenga la
parola e viva con integrità. Tuttavia, la realtà storica mostra che molti principi che
hanno ottenuto grandi cose non hanno dato importanza alla parola data, ma hanno
saputo usare astuzia e inganno.
● Esistono due modi di combattere: con le leggi (tipico degli uomini) e con la forza
(tipico delle bestie). Quando la legge non basta, il principe deve sapere usare la
forza.
● Utilizza la famosa metafora del leone e della volpe: il principe deve essere leone
(forza, potenza) e volpe (astuzia, capacità di riconoscere trappole). Il leone non
riconosce trappole, la volpe non scaccia i lupi—serve l’unione delle due qualità.
● Machiavelli sostiene che il principe non deve mantenere la parola quando ciò lo
metterebbe in svantaggio o quando le ragioni per cui aveva dato la parola non
sussistono più. Nell’azione politica, conta il risultato e la conservazione dello stato.
● Di fronte al popolo, il principe deve apparire misericordioso, fedele, onesto, umano,
religioso; ma deve poter essere il contrario nei fatti, se la necessità politica lo
impone. L’apparenza serve a mantenere il consenso e il rispetto.
Riflessione:
Questo capitolo esplora il rovesciamento dell’ideale di fedeltà e onestà. Machiavelli non
dice che il principe debba essere un bugiardo permanente, ma che debba scegliere quando
usare l’inganno, quando la verità, in funzione della conservazione dello stato. È una visione
politica realistica e spiazzante per l’epoca.
Capitolo 25: «Quanto può la fortuna nelle cose umane e in che modo le
si possa resistere»
Infine, questo capitolo affronta il rapporto fra la fortuna (fortuna) e l’azione umana (virtù/virtù
politica) – quanto possiamo controllare, quanto dipende dal caso.
Punti chiave:
● Machiavelli osserva che molti credono che gli avvenimenti del mondo siano
governati interamente da fortuna o da Dio, così che gli uomini non abbiano potere
reale; di conseguenza, non agiscono assai, ma aspettano che la fortuna operi.
● Pur riconoscendo un ruolo considerevole alla fortuna, Machiavelli sostiene che circa
metà delle nostre azioni (o forse un po 'meno) dipenda da noi: «La fortuna è arbitra
di una parte delle nostre azioni, ma ci lascia dirigere l’altra parte».
● Utilizza la metafora del fiume in piena: quando è calmo, è possibile alzare argini;
quando rompe gli argini, distrugge. Allo stesso modo, la fortuna va inspiegabilmente
vista come una forza che può essere anticipata, ma richiede preparazione.
● Machiavelli dice che l’Italia era come un paese “senza argini”, senza preparazione,
soggetta all’invasione della fortuna (o della sventura) perché non aveva istituzioni
adeguate.
● Conclude che è meglio essere impetuosi che troppo cauti, perché la fortuna
favorisce chi agisce con audacia: «È meglio essere impetuosi che prudenti, perché
la fortuna è donna, e per tenerla sotto bisogna batterla e maltrattarla».
Riflessione:
Questo capitolo può essere visto come un invito all’azione razionale e temporale:
non attendere che tutto sia perfetto, ma agire con coraggio e preparazione. È anche
un ammonimento: se la fortuna cambia e tu non sei pronto/adattabile, la rovina
arriva. Machiavelli riconosce i limiti della virtù, ma non li considera una scusa per
l’inazione.
Capitolo 26: «Esortazione a liberare l’Italia dai barbari»
Riassunto dettagliato
Nel capitolo finale del Principe, Machiavelli cambia registro rispetto ai precedenti: oltre
all’analisi tecnica del potere, rivolge un appello diretto e quasi solenne a Lorenzo di Piero
de’ Medici (nipote di Lorenzo il Magnifico) affinché assuma il ruolo di liberatore e unitore
dell’Italia.
Machiavelli apre sottolineando che non c’è momento più opportuno di quello attuale per
un principe valido che voglia instaurare un nuovo ordine in Italia. Egli afferma che l’Italia ha
dovuto raggiungere l’estremo della sventura — essere «senza capo, senza legge,
schiacciata, spogliata, lacerata, travolta» — perché i popoli italiani potessero riscoprire la
propria forza, la «virtù italiana».
Poi ricorda che un principe quasi mandato dal cielo — implicito riferimento a Cesare Borgia
— sembrava avere tutte le carte in regola per salvare l’Italia, ma è stato bloccato dalla
sfortuna.
Machiavelli passa quindi a lodare la casata dei Medici: dice che essa, grazie alla fortuna,
all’autorità della Chiesa (dato che un Medici era al soglio pontificio) e al loro potere, ha
un’occasione unica per guidare questo rinnovamento. Ma avverte: vogliono riuscire, devono
fare le cose giuste, seguire i principi sviluppati nel libro.
Il testo entra nel concreto: Machiavelli suggerisce che per riuscire il principe dovrà creare un
esercito italiano, proprio, non basarsi su truppe straniere oppure ausiliari. Egli sottolinea
che gli italiani non mancano di coraggio o abilità individuale, però sono stati guidati male e
così hanno subito sconfitte.
Infine, Machiavelli dipinge la ricompensa: se questo principe riuscirà, sarà accolto con
«quanto amore, quanto sete di vendetta, quanto decisa fedeltà, quanto tenerezza, quante
lacrime» nelle province che hanno sofferto la dominazione straniera; non ci sarebbero porte
chiuse, nessun popolo che gli neghi obbedienza, nessuna invidia che si opponga. Chiude
con un richiamo poetico: cita in appendice una riga del poeta Francesco Petrarca per
mostrare che lo spirito italiano non è spento.
Temi fondamentali e riflessioni
Ecco i temi principali che emergono in questo capitolo, con riflessioni approfondite:
1. Il momento opportuno (opportunità storica)
Machiavelli insiste sul fatto che le circostanze favorevoli — la sventura italiana, la
presenza dei Medici al vertice del potere ecclesiastico e civile — rendono questo un
momento in cui un principe può emergere e ottenere risultati straordinari. Non è solo
fortuna: è l’interazione tra momento storico + azione del principe.
2. Il ruolo del principe come liberatore e riformatore
Il principe non è solo un governante che mantiene il potere, ma colui che mette
ordine, che unifica, che libera il popolo dalla dominazione straniera (“barbari”).
Machiavelli dunque eleva il compito politico a una missione, quasi morale e
patriottica.
3. La critica agli eserciti stranieri e agli ordini obsoleti
Una parte tecnica ma importante: gli eserciti stranieri, le alleanze deboli, le
istituzioni vecchie e mal governate hanno portato l’Italia alla rovina. Per questo serve
un nuovo ordine militare, fondato su truppe italiane, nuove leggi, nuove istituzioni.
Machiavelli non dimentica il particolare militare nel suo appello.
4. La speranza per la “virtù italiana”
Machiavelli crede che gli italiani abbiano potenziale: forza, ingegno, coraggio — ma
ciò che è mancato è stato il comando adeguato, la guida. Quindi il principe giusto
può far emergere questa virtù.
5. Il rapporto fra fortuna e azione
Anche qui appare la grande linea machiavelliana: la fortuna c’è, ma va sfruttata. Le
condizioni favorevoli non bastano da sole. Il principe deve agire, deve avere “virtù”
nel senso largamente machiavelliano. In questo capitolo, Machiavelli sembra dire:
“La fortuna è con voi, ma l’azione dipende da voi”.
6. L’esortazione e la retorica finale
A differenza di altri capitoli più freddi e analitici, qui Machiavelli adotta un tono più
appassionato, quasi poetico, misto a politica e patriottismo, per persuadere e
ispirare. Coinvolge l’orgoglio nazionale, l’umiliazione italiana, il desiderio di riscatto.
Perché questo capitolo è importante
● Funziona come chiusura morale e politica del libro: dopo aver spiegato come si
acquisisce un principato, come si dipana la vita del principe, come si deve usare la
forza e l’astuzia, Machiavelli punta al perché — alla finalità più ampia: l’Italia unita e
libera.
● Mostra l’intento dichiarato di Machiavelli: non solo un manuale freddo, ma un libro
scritto per un uomo (Lorenzo de’ Medici) e per un paese.
● Evidenzia il legame fra pensiero politico e contesto storico: l’Italia del Cinquecento,
fra potenze straniere, città-stato divise, dominazioni esterne. Machiavelli inserisce la
sua teoria in questo humus politico concreto.
● Contribuisce all’idea moderna di leadership: il principe non è solo custode del potere,
ma riformatore, innovatore, guida del popolo.