Paolo Valera Prospero Moisè Loria
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3
Liber Liber
4
Indice generale
Liber Liber......................................................................4
La malattia dei Grandet..................................................7
La biografia di Prospero Moisè Loria
che ha lasciato i milioni alla “Umanitaria”...................13
II................................................................................28
Due letterucce di Giacomo Magatti..............................38
La moglie del Loria......................................................42
L'aggressione clericale e la Camera del Lavoro...........46
5
PAOLO VALERA
6
La malattia dei Grandet
7
all'Ospedale Maggiore nei giorni in cui sono esposti i
«benefattori». Vedremmo uomini che hanno fatto la
fame, che hanno affamato, che hanno messo sulla strada
l'inquilino impotente a pagare l'affitto, che hanno negato
l'aiuto di cento lire a un parente per lasciare dei letti o
una somma più grossa all'Ospedate Maggiore – l'istitu-
zione che continua a ereditare senz'essere mai ricca.
Tutti ricordano il vecchio musicista che andava a
pranzare in una trattoria nei dintorni di piazza Fontana.
La sua manìa era di farsi credere pitocco, sventurato,
senza il diritto alla esistenza comoda. Indossava abiti
usati e mangiava così poveramente che più di una volta
gli avventori della trattoria gli offrivano una forchettata
della loro pietanza, dicendogli che ne avevano di troppo
per paura di offendere la sua miseria. Sovente, quando
c'era il litro della bicchierata, non lo si dimenticava. Egli
si lasciava offrire, ringraziava con una parvenza di sorri-
so e dieci minuti dopo se ne andava con una curva di
umiltà che faceva compassione. Anche i vicini della
porta lo credevano uno spiantato che stesse in piedi per
la sua grande parsimonia. Nessuno, neppure la portinaia,
sapeva che il vecchio del bugigattolo all'ultimo piano, il
vecchio che moriva nel freddo e nell'immondizia, fosse
il padrone di casa.
Quando è morto, i suoi mobili fracidi erano pieni di
carte di valore, di biglietti da mille, da 500 e da 250, di
cartelle di rendita, di manate di marenghi e di gioielli.
Impiegando il numerario che aveva per i cassettoni e
dietro i mobili sconquassati avrebbe avuto modo di vi-
8
vere da signore. Invece ha preferito fingersi un disgra-
ziato che avesse da fare a tirare innanzi. La sua fortuna è
andata in mano di parenti che lo soccorrevano di tanto
in tanto perchè lo credevano in lotta coi centesimi.
Le piccinerie dagli ammassatori di denaro per gli altri
sono infinite. Non ho che da voltarmi indietro. Cito il si-
gnor ***, padrone dell'Albergo *** alla Stazione Cen-
trale, proprietario di tre palazzi lungo il viale Principe
Umberto. Non aveva commozioni che per i chiodi di-
menticati nelle pareti dagli inquilini che se ne andavano
dai suoi appartamenti. Più che milionario, non ha trova-
to in vita che il miserabile godimento del chiavaiolo che
risparmia poche lire rifacendo le capocchie e le punte ai
chiodi frusti. Ho conosciuto una famiglia milionaria del
Corso Como che accendeva il fuoco con i pezzi di legno
che poteva raccattare per la strada, che beveva e offriva
ai due o tre amici che bazzicavano in casa sua il vino
annacquato, che mangiava peggio dei pitocchi che van-
no a dormire nelle cascine e che al momento in cui il
marito è stato obbligato a coricarsi ammalato nel letto
ha dovuto farsi prestare da una vicina le lenzuola. I len-
zuoli del suo letto erano sporchi, pezzati, stracciati, rat-
toppati, pieni di magagne!
E chi non si rammenta dei coniugi Manzoni, i vendi-
tori di ghiaccio nei paraggi di via Francesco Sforza? I
poveri vecchietti spegnevano la candela per non sciu-
parla e stavano in bottega stracciati come ladri. Marito e
moglie parevano la ditta della indigenza perpetua. Si nu-
trivano a pane e cipolle, a pane e formaggio e a scodelle
9
di minestra, quando si sentivano lo stomaco disfatto dal-
le privazioni. Sono morti l'uno dietro l'altra. E il giorno
in cui i parenti hanno potuto mettere i piedi nella loro
abitazione hanno trovato un tesoro. C'erano denari, cou-
pon, libretti di tutte le banche, cartelle di rendita di tutte
le nazioni, monete d'oro e d'argento in tutti gli angoli,
sotto il letto, dietro il comò da notte, in fondo all'arma-
dio, sopra l'armadio, dietro l'armadio e sotto l'armadio.
Il ticchio del signor Prospero Moisè Loria non era di
scaldarsi lo stomaco con gli sbattimenti di braccia e di
trascinare i giorni in mezzo ai bisogni come il musicista
e i Manzoni. Ma era anche lui della specie dei Grandet,
con tutti i gusti e tutti i vizii dell'usuraio che non trova
rapimenti che nell'accumulazione della propria ricchez-
za.
A Parigi, se andava con le donne per dei bisogni fisio-
logici, non dimenticava mai di appartenere alla classe
sordida che si lascia ammazzare piuttosto di tirar fuori
un centesimo più del dovuto. Ne discuteva il prezzo pri-
ma per non avere seccature. Le sciagure umane lo hanno
sempre lasciato indifferente. Chi ha mai udito il nome
del Loria prima che facesse parlare di sè con la sua uto-
pia di sciogliere il problema della disoccupazione con la
Casa di Lavoro? La voluttà di voler entrare nella storia
della vita collettiva come benefattore o come umanitario
lo ha reso più di una volta insensibile ai dolori degli al-
tri. Con tutti i suoi milioni non si è mai accorto di avere
intorno a sè un mondo di parenti poveri e arcipoveri ed
è morto senza rammentarsi di loro, senza lasciar loro un
10
quattrino. Se ci fosse stato un po' di tenacia negli ammi-
nistratori del suo patrimonio, vivrebbero ancora nella
più squallida miseria.
P. M. Loria.
11
in tanto bigliettini che fingeva di dimenticare sul tavolo,
in cui esaltava e premiava i servigi di Giacomo Magatti
con una discreta somma testamentaria.
E continuò il perfido supplizio di abituarlo a credersi
erede di una somma che lo avrebbe messo al sicuro dal-
le bufere dell'avvenire fino alle ultime ore della sua esi-
stenza. La burla nel testamento era una lettera cinica,
una lettera che si dimenticava di tutte le cure, di tutte le
premure, di tutti i servigi, di tutti gli strapazzi quando il
padrone non si sentiva bene o era ammalato, di tutta la
pazienza cristiana avuta per tanti anni di sopportarlo coi
suoi malanni, coi suoi capricci, coi suoi egoismi, coi
suoi umori neri, con le sue prediche di tiranno della vita
domestica e con tutte le altre diavolerie che sono nel
vecchio permaloso e sospettoso. La lettera diceva che
non gli lasciava un soldo per punirlo di avere scritto una
lettera da Parigi alla moglie, nella quale sono narrate le
noie che gli dava il padrone che si abbandonava alle
gozzoviglie femminili e nella quale è detto che se non si
fosse trattato della eredità l'avrebbe piantato col primo
treno.
12
La biografia di Prospero Moisè Loria
che ha lasciato i milioni alla “Umanitaria”
13
Con una rendita annuale che andava dalle 500 alle
600 mila lire, indossava la biancheria e gli abiti fino a
quando erano sdrusciti e quando incominciavano a di-
sfarsi li mandava come regalo al suo cugino Aasvero di
Mantova.
I suoi pasti erano di una sobrietà che rasentava la tac-
cagneria. Si contentava dello stesso piatto di carne della
colazione per il pranzo, mangiava dei legumi, qualche
pesca o qualche mela e non beveva che un paio di bic-
chieri di vino comune. La sua cantina era negletta. Alla
sua morte, avvenuta il 28 ottobre 1892, non gli si sono
trovate in cantina che trecento a quattrocento bottiglie di
vino ordinario.
Lo si poteva dire un solitario. Non aveva amici, non
aveva conoscenze e non andava in giro con alcuno. Le
sue persone di servizio non hanno mai servito alla tavo-
la del padrone che qualche invitato come il prof. Verga o
l'ex presidente del tribunale Avignone o il dottor Tibaldi
che gli curava la dispepsia flatulenta e che lo ha veduto
morire asfissiato. E anche loro venivano trattati alla
buona, con due vivande e qualche altra cosuccia tanto
per non lasciarli andare altrove a finire il pranzo.
Di rado il Loria mandava a chiamare qualcuno o
qualcuno andava a trovarlo. Ma invariabilmente faceva
servire agli ospiti che avevano l'onore di mettere il piede
in casa sua un caffè eccellente e dei sigari esteri. Tutta la
sua tenerezza si riassumeva in pochi dolci che dava ai
14
nipoti o ai figli dei nipoti quando andavano a baciarlo e
a ricordargli che erano vivi. Le sventure individuali, le
sciagure domestiche, i naufragi di Tizio e di Caio lo la-
sciavano perfettamente tranquillo. Lui che era entrato in
Trieste come Beniamino Franklin era entrato in Pensil-
vania, con la camicia e le calze da mutarsi in saccoccia,
e che aveva sfacchinato al porto e imparato come sa di
sale il pane altrui e che si era levato dalla miseria con la
sua parsimonia e la sua determinazione di riuscire, odia-
va gli impotenti, la gente che ha bisogno di soccorsi, i
mendichi, gli accattoni, gli individui che implorano il
tozzo di pane invece di rimboccarsi le maniche.
Al Cairo passava con disgusto dal quartiere degli
ebrei, dove i suoi compagni di fede vivacchiavano nel
lezzo e nei viottoli lastricati di sudicerie, con le case a
destra che baciavano le case a sinistra. Invece di tender
loro la mano, si turava il naso e li disprezzava.
Così, anche milionario, non aveva viscere per i caduti
o i vinti che in un senso collettivo. Nei momenti in cui
si bussava al suo cuore egli rimaneva con la testa
nell'alta filantropia che sdegna di diminuire di un soldo
la somma destinata alla classe che intende beneficare.
Tutti sanno che cosa è avvenuto il giorno in cui i pi-
tocchi hanno scoperto che il proprietario della casa in
via Manzoni, 9, aveva offerto al Municipio 100 mila lire
per costituire una Società Umanitaria che «aspirava a
mettere i diseredati in condizioni di rilevarsi da sè me-
desimi, col proprio lavoro, senza ricorrere a nessuno».
Si trovò circondato da sciami di bisognisti, di persone
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andate in malora, di gente che non è mai uscita dalla mi-
seria, di poveraglia che moriva di fame. Tutte le mattine
il portalettere gli scaricava in portineria la corrisponden-
za dei «cercottoni» che supplicavano, che scongiurava-
no, che domandavano in ginocchio l'aiuto del benefatto-
re. Il Loria fece sapere a tutti i tendimani della missiva
che la sua casa non era la Congregazione di Carità e die-
de ordine alla portinaia di mandare gli spiantati a quel
paese.
L'elargizione a spizzico non è mai stata nel suo pro-
gramma. Anche coloro che ricorrevano a lui con com-
mendatizie o con lettere di amici personali o con i ricor-
di di averlo veduto o conosciuto in altre epoche della
vita, rimanevano a mani vuote. La sua risposta era iden-
tica per tutti: «Niente per nessuno!».
L'idea di accumulare un capitale ingente per un'opera
grandiosa, che fosse utile al genere umano o per una
istituzione della sua fede israelita, lo aveva fatto diven-
tare più che sparagnone, taccagno. Cito un fatto del '78.
L'agente delle trasse voleva costringerlo a considerare
carrozza di lusso il suo veicolo lungo e scoperto come
quello che serve ai cavallerizzi per condurre i cavalli a
spasso. Il Loria piuttosto che aumentare le spese perso-
nali e sottomettersi a credere che il suo quattroruote ap-
parteneva alla famiglia dei breaks o dei four-in-hands,
ai mise a leticare con l'ufficio municipale e finì per ridi-
ventare pedone. Vuotò la scuderia, la chiuse e non si
servì più che della vettura da nolo.
16
Il litigio faceva parte della sua natura. Separatosi da
suo fratello col quale aveva iniziato la fortuna a Trieste
con il commercio del legname, non ha fatto più pace
con lui: nè quando metteva i guadagni in cassa con la
pala, nè quando era in letto moribondo. La tribolazione
ch'egli ha dato al Municipio per avere contribuito alla
fondazione della «Sala delle autopsie» al Cimitero Mo-
numentale è ancora nella mente degli assessori. Era so-
fistico, irascibile, incontentabile. Criticava, si mostrava
dolente di avere sciupato il suo per un'istituzione che
avrebbe demolito con le sue mani se avesse potuto.
La sua vera passione amorosa è incominciata all'alta-
re ed è finita sottoterra con sua moglie. L'ha adorata in
vita e in morte. I fiori del suo cuore e i pensieri com-
mossi del suo cervello sono stati per lei. Il 10 luglio
1868 fu la sua débâcle domestica. La povera donna spi-
rava con la mano nella mano del marito e Prospero Lo-
ria si sentiva l'anima andar via con quella della compa-
gna della sua vita. In quell'affezione somigliava un po' a
Victor Hugo. Il poeta assistendo ai funerali di madame
Drouet – l'amante – diceva che erano i funerali di Parigi.
Per lui non esisteva più nulla. Loria si è levato dal dolo-
re tragico per ricominciare l'amore con la tomba. Non ha
sciupato, non ha sprecato danaro nella pompa del monu-
mento, come i ricconi senza sogni filantropici, ma si è
comperato un pezzo di terra per dormire il sonno della
putrefazione con la donna delle sue affezioni, come una
volta nel letto coniugale. Lungo i suoi ventiquattro anni
di vedovanza, pur avendo un culto per l'opulenza e la
17
freschezza della carne femminile, nessuna donna di baci
ha messo il piede nel santuario della sua Anna. Si con-
tentava di ammirare le bellezze per le strade. Per le stra-
de era capace di fermarsi, di trovare un aggettivo illu-
strativo per le ondulazioni feline o pornografiche, per il
collo svelto e diafano e per la testa che passa e disperde
la poesia della giovinezza.
Il sottovoce è ch'egli abbia avuto un zinzino di pas-
sione per Teresina, la celebre fioraia dai capelli neri, la
bella Teresina che ha avuto il viso sconciato dal coltello
della gelosia o della vendetta e che ora consuma i tra-
monti nella agiatezza borghese in casa propria, a Geno-
va. Si diceva, in allora, che i grossi brillanti ai lobi le
fossero stati regalati dal Loria. E può darsi. Le mie in-
formazioni sono che egli l'ha conosciuta.
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va, sedeva a colazione, prendeva invariabilmente il caf-
fè, fumava, faceva una passeggiata e finiva per entrare
nel suo studio a movimentare le cifre del suo patrimo-
nio.
Viaggiava sei mesi l'anno. Sostava per delle settimane
a Parigi, a Berlino, a Vienna e qualche volta passava
delle settimane in Ispagna. O bene o male si faceva ca-
pire in tutte le lingue. Sapeva però l'arabo assai meglio
del francese. Lungo i suoi viaggi era sempre accompa-
gnato da Giacomo Magatti – il servitore che godeva tut-
ta la sua fiducia e che lo ha servito per più di 20 anni. Il
Loria non era ciarlone e non confidava le cose intime
neppure a quelli che chiamava suoi amici. Ma col Ma-
gatti non aveva segreti e non aveva paura di confidargli
qualsiasi somma. L'ultimo deposito di un milione e due-
cento mila lire, fatto alla Banca Popolare in tante cartel-
le di rendita di mille lire al portatore, è stato fatto dal
Magatti.
Della fiducia che il Loria aveva del suo valletto di ca-
mera potrei citare non pochi episodii. Ma basti ricordare
che sovente il padrone dava denari da mettere sui libretti
intestati al servitore, senza neanche un po' di nero sul
bianco. Il giorno in cui è morto nessuno sapeva dove
scovare la manata di biglietti di banca per il modesto fu-
nerale. Si è cercato per i cassetti e si è frugato un po'
dappertutto senza trovare un centesimo. Pare che il Lo-
ria sia morto con i pochi centesimi in saccoccia. Fu in
quel momento che Giacomo Magatti si ricordò di avere
sul libretto intestato al suo nome di servitore quindici
19
mila lire che appartenevano al Loria – libretto che venne
consegnato lì per lì al conte Dolfin Guerra, uno dei due
esecutori testamentarii.
Giacomo Magatti.
20
taccia che faceva e aggiungendo che il vecchio birbone
non moriva mai. Ti assicuro, diceva, che se non fosse
per l'eredità, se non fosse per quelle benedette ventimila
lire già nel testamento, me ne andrei senza aspettare un
minuto col primo treno. Sono stufo, stufo, stufo!
La moglie di Giacomo, il quale aveva avuto un impe-
to naturale, come hanno coloro che sono vivi e alla di-
pendenza degli altri, era la guardarobiera del Loria. Ri-
cevuta la lettera, corruscata dalla collera del marito, la
lasciò in giro senza darle alcuna importanza. Un altro
domestico, invidioso della posizione del servitore di fi-
ducia, se la mise in saccoccia e a tempo opportuno la
fece leggere al padrone e tutto fu perduto.
Il Loria non ebbe scatti. Senza dirgli una parola, sen-
za alterare le abitudini e il linguaggio, senza rivelare una
punta di risentimento, continuò a conservarlo al posto di
servitore di fiducia, e a dimostrargli la sua bontà con ri-
cordi che dovevano essere aggiunti alle ventimila lire
nel testamento. I bigliettini dei ricordi li dimenticava sul
tavolo, perchè il Giacomino li leggesse e sognasse sem-
pre più la sua morte.
Morto, è stato un disastro. A Giacomo Magatti non ha
lasciato neppure il panciotto che indossava la sera prima
di coricarsi. La disillusione ha solcato la fronte del do-
mestico e ha fatto nascere quasi dei rancori tra marito e
moglie. La povera donna è morta di crepacuore per i ri-
morsi di avere lasciata in giro la lettera. La più vecchia
persona di servizio di casa Loria era Angelo Verga. Non
si è ricordato di lui nè con una parola nè con un centesi-
21
mo. Morto il padrone, ha dovuto implorare il soccorso
della Congregazione di Carità. Alla servitù non ha la-
sciato che il magro stipendio del mese che stava per fi-
nire. A Giacomo Magatti dava sessanta lire, alla guarda-
robiera trenta, e agli altri domestici dalle quaranta alle
cinquanta.
Anche in viaggio il Loria non diventava generoso. Il
Magatti non mangiava e non dormiva mai all'albergo del
padrone. Egli aveva un soprassoldo di cinque lire il
giorno col quale doveva pagarsi il vitto e l'alloggio.
Il testamento è stato una disperazione per tutti. Al
conte Dolfin Guerra, suo esecutore testamentario, non
ha lasciato che due orologi, il primo d'oro e il secondo
d'argento, un tavolino da notte e una statuetta di bronzo
che il Loria aveva comperato dal simpatico Grubicy per
mille lire.
Il secondo esecutore testamentario era Giuseppe Ven-
turelli, suo segretario privato, un uomo che lo lasciava
dire senza mai una risposta o una parola acre o altezzo-
sa. La sua umiltà e la sua pazienza gli sono valse una
pensione annua di due mila lire.
Al rabbino Ariani che gli andava in casa e sedeva
spesso alla sua tavola, col quale conversava sovente per
delle mezz'ore ed al quale, più di una volta, chiacchie-
rando, lasciò credere che si sarebbe ricordato del tempio
o di una istituzione per i poveri israeliti, non ha lasciato
l'anima di un bottone. Di tanto in tanto pareva devoto al
messia e di tanto in tanto pareva che ne fosse indifferen-
te.
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Un giorno il dottor Gnocchi-Viani sospese di scrivere
con la matita che raccoglieva le idee del Loria sulla fa-
mosa Casa di Lavoro e sull'Umanitaria per domandargli
che cosa intendessero gli ebrei per il messia o la venuta
del messia. Il Loria parve imbarazzato.
— Ecco, diss'egli, prima di tutto la venuta del messia
si presta a diverse interpretazioni. Per me è l'avvenimen-
to della redenzione umana.
I parenti sono stati trattati peggio delle persone di ser-
vizio. Tranne sei mila lire annuali per il nipote Leone
Loria e un assegno mensile di lire sessanta per Aasvero
Loria, figlio di una sua zia, i loro nomi non figurano nel
testamento neanche per un addio. Se i dieci o dodici ere-
di del suo disprezzo non si fossero coalizzati con la
«Casa Benefica di Torino», alla quale il Loria aveva
promesso tutto il suo patrimonio, qualora non fosse riu-
scito a costituire l'Umanitaria, a quest'ora sarebbero an-
cora nelle stamberghe della povertà senza nome.
Il Comitato promotore dell'«Umanitaria», il quale
aveva veduto che, pur vincendo, la causa sarebbe andata
innanzi per degli anni, sciolse il problema giuridico dan-
do, come transazione, ai pretendenti o ai parenti del Lo-
ria e alla direzione della «Casa Benefica», un milione e
seicentomila lire.
L'autore dell'«Umanitaria» più invecchiava e più era
preoccupato della sua sostanza. Se non si poteva portar-
la all'altro mondo bisognava scegliere o lasciarla alla
mercè dei fratelli, dei nipoti, dei cugini per i quali non
aveva simpatia. Le sue idee instabili lo facevano passare
23
attraverso le impressioni del momento. Prima voleva la-
sciare tutto quello che aveva a una istituzione israelita di
Roma. Poi mutò pensiero e andò a Parigi a consultare il
Rothschild, il re degli israeliti che nuota nella scandalo-
sa opulenza, per dedicare gran parte del suo capitale ai
fratelli della sua religione. L'ultimo pensiero è stato per
gli scacchi. Convinto che il gioco fosse un passatempo
«utile» aveva immaginato di elevare un grandioso
«Tempio» per gli scacchisti. Al Cairo le mezz'ore libere
le consumava giocando a scacchi.
A Torino, dopo avere veduto e studiato la «Casa Be-
nefica», promise a quest'ultima tutto quello che possede-
va. In ultimo capovolse ogni cosa. Andò a Firenze, visi-
tò la Casa del Lavoro, accompagnato dal comm. Gelli,
consigliere di quell'istituto, e ne uscì come infatuato. In-
contentabile in tutto, non si sarebbe fermato alla Casa
del Lavoro se non fosse stato violentato dall'opposizio-
ne. L'«Umanitaria» divenne un proposito il giorno in cui
il Consiglio municipale respinse le sue centomila lire
con l'ordine del giorno dei consiglieri Gnocchi-Viani,
Massarani e Barbetta contro la Casa del Lavoro. Il pro-
getto con le cinquemila lire di rendita annue ch'egli of-
friva, racchiudeva tanti obblighi che nessuno che non
fosse pazzo poteva accettare. La sua lettera alla «spetta-
bile Giunta municipale di Milano», per «portare qualche
lenimento» alla Questione Sociale, esigeva che il Muni-
cipio nominasse un Comitato incaricato di costituire la
Società Umanitaria, di farla riconoscere in ente morale,
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di procurare oblatori con un avviso sulle cantonate, ecc.,
ecc.
«Art. 3. – Che il capitale rimanga intangibile, e gli in-
teressi annui di questo e delle offerte e lasciti che fosse-
ro fatti in seguito, siano impiegati a procurare lavoro a
chi lo domanderà per vivere, in modo che s'istruisca e
col tempo possa rilevarsi e guadagnarsi da sè stesso
l'occorrente.
«Art. 4. – Che per ora il beneficio favorisca soltanto
gli abitanti di questa città, senz'alcuna distinzione di re-
ligione od altro, come la Croce Rossa fa pei feriti.
«Art. 5. – Che in appresso possa, a seconda dei mez-
zi, estendere il soccorso a quelli di tutta la provincia,
dell'Italia, dell'Europa, e anche di tutto il mondo.»
Come si vede c'era un po' di megalomania in lui.
Con la sua Casa di Lavoro embrionale egli credeva di
sopprimere l'accattonaggio e il vagabondaggio. Si vede-
va che la povertà degli altri lo tormentava, ma che il suo
cervello non sapeva suggerirgli che le solite soluzioni
dei soliti filantropi che credono di sciogliere i problemi
della vita con un mucchio di biglietti di banca. Nella sua
testa era costante il naufragio della vita, ma non sapeva
studiarlo. Il pitocco e l'ozioso sono prodotti dell'ambien-
te o vittime di una malattia che impedisce loro di lavora-
re? Bisogna cambiare l'uomo o l'ambiente?
Il Loria è morto senza giungere neppure dove è arri-
vato Guglielmo Booth, il generale della Salvation Army,
il grande generale che è riuscito con un milione e mezzo
di sterline a radunare i disoccupati, i caduti, i vinti, i bat-
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tuti in tre colonie: nella colonia cittadina, nella colonia
agricola, nella colonia dei possedimenti inglesi.
Il concetto della «Casa del Lavoro» è stato riassunto
così dal Loria:
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migliorare la condizione della Casa e, per conseguenza,
quella degli sventurati suoi inquilini, aumentando gli ordigni
occorrenti per poter utilizzare anche le diverse, le maggiori e
le minori capacità.
La spesa per l'istituzione di questa Casa potrebbe essere
sostenuta dal Municipio e ripartita fra i suoi contribuenti.
Questi non avrebbero titolo di lagnarsene, poichè già man-
tengono gli stessi accattoni e vagabondi, per le strade, in pri-
gione o negli ospedali, ove fanno tanto danno. Anche l'istitu-
zione di questa Casa animerebbe gli oblatori.
Qualora le somme che oggi costano i mendicanti ed i va -
gabondi a chi li mantiene venissero tutte erogate alla Casa di
Lavoro che si propone, è certo che la stessa Casa potrebbe
mantenersi da se medesima e fare dei risparmi.
La Questura, come fa attualmente, dirigerebbe nei luoghi
ad essi assegnati gl'impotenti al lavoro ed in prigione quelli
che facessero per mestiere il vagabondo o l'accattone».
27
II.
In fondo, Loria, era un malinconico, un misantropo,
un povero diavolo che portava in giro la preoccupazione
della propria fortuna, la quale aumentava senza dargli
piacere. Senza gusti per gli ambienti sontuosi che servo-
no a radunare di tanto in tanto gli intellettuali che lievi-
tano e popolano il cervello di idee fresche e luminose,
senza conoscenze capaci di distrarlo, di fargli germo-
gliare ambizioni più alte di quelle di Felice Grandet,
aveva finito per limitare i suoi desiderii intorno alla pol-
trona del Manzoni, del quale era azionista come era
azionista del teatro dei dilettanti al Cairo.
Il naturalismo di Ibsen lo faceva rabbrividire. Le sue
emozioni erano per i Dumas, per gli Augier e per i Sar-
dou. Ferrari lo faceva sbadigliare. La Signora dalle Ca-
melie gli ha fatto versare qualche lagrima. Rabagas gli
pareva un capolavoro politico. E la Casa nuova dello
stesso autore conteneva le sue aspirazioni di morale so-
ciale. Ma in letto o a spasso, in vettura o in treno, a tea-
tro o sulla bicicletta, l'idea centrale della sua esistenza di
arciricco non gli dava tregua, lo perseguitava, lo incal-
zava a trovare una soluzione. Non ho mai saputo come e
perchè egli conoscesse certo Achille Ravizza, un ex col-
laboratore dell'Unità Italiana, che ha finito l'esistenza in
un negozio di pipe. Aveva forse delle tendenze repubbli-
cane? È probabile. A ogni modo le forme di governo
non lo avevano mai disturbato. Tanto è vero che le sue
28
ricchezze hanno avuto per culla il Cairo, la capitale dei
cani e degli asini.
Nato nel 1812, egli si è trovato nella massima città
egiziana all'epoca di Mehemet-Alì Pascià, l'uomo che ha
aperto le porte agli stranieri accorsi in folla e che ha fat-
to loro tante concessioni da arricchire anche quelli che
non avevano mai sognata la ricchezza. Con la protezio-
ne del Pascià, il Loria è diventato fornitore, imprendito-
re, appaltatore e banchiere. I servizi pubblici erano nelle
sue mani. I tronchi ferroviari erano roba sua. Forniva il
legname, il ferro per i binarii, tutto. Nel turbine degli af-
fari era circondato dal sottovoce ch'egli imitasse il nipo-
te di Felice Grandet, andato in India a rifare la fortuna
frantumata dal padre. Una volta sul campo delle ric-
chezze gli scrupoli imbarazzano. Non bisogna sentire
più che la voce dell'oro. E così si dice abbia fatto il Lo-
ria.
Secondo i suoi contemporanei pare ch'egli si sia ser-
vito degli schiavi, abbia fatto commercio di schiavi e
abbia prestato danaro agli schiavisti perchè allargassero
la zona della loro influenza3. Lo stesso sottovoce è tene-
29
va dietro al signor Tito Canesso, stato socio in parecchie
imprese col Loria. Gli uomini attempati si ricordano in-
dubbiamente della sua figura. Aveva una testa piccina
sotto un cappello che gli dava l'aria di fanciullo di scuo-
la anche a sessant'anni, con un ventre enorme su due
gambe secche. Arcimilionario, passava per il corso sul
tiro a quattro e sostava sovente a bere la staffa all'Hagy,
quando la buvette era frequentata dalla borghesia ricca e
intellettuale. Non so in quale gola siano andati i suoi mi-
lioni. So che era genovese e che faceva lo spendaccione,
senza riuscire mai a consumare gli interessi dell'ingente
capitale.
Venuto il giorno in cui il pascialato, con Ismail, vede-
va di malocchio gli europei e tentava di impadronirsi
delle loro fortune affrettate, Canesso e Loria ritornarono
in Italia come smemorati: senza ricordi egiziani.
Loria non ha mai permesso a nessuno di dare una ca-
patina nell'epoca fortunosa e vittoriosa della sua esisten-
za. Questa è forse stata la ragione del suo isolamento.
Aveva egli paura che si parlasse del suo passato? E per-
chè non firmava gli opuscoli dei suoi tanti progetti? La
stampa gli incuteva terrore. Tutto il suo da fare era che
30
non si parlasse di lui. Il progetto di un grande elargitore
sguinzaglia i reporters dovunque è traccia di lui e doma-
ni si sa tutto. Il denaro non ha odore, ma ha una storia. E
così Loria, accasatosi a cinquant'anni in via Manzoni,
non ha mai parlato o lasciato parlare dei suoi milioni.
L'antipatia ch'egli aveva per la ricchezza mobiliare è
forse un altro indizio. Per paura che si occupassero di
lui ha venduto con qualche sollecitudine il palazzo dive-
nuto l'Hôtel Continental e il fondo di campagna chiama-
to Pizzabrasa.
Ritorno al Ravizza. Un giorno il Loria era inquieto
più del solito. Aveva viaggiato, veduto, interrogato, ma
in nessun luogo aveva scovato il modo di svolgere la
sua attività filantropica con i suoi capitali. Che fare?
Andò dal Ravizza a domandargli se conosceva un uomo
di penna, qualcuno che avesse qualche studio sulle ope-
re pie, sulla beneficenza, sulle istituzioni benefiche.
L'agente di cambio, perchè allora era agente di cambio,
col pollice e coll'indice fra le labbra, si mise a pensare
dondolando la testa. Egli voleva un uomo fidato che non
portasse le sue parole in piazza. Ne conosceva uno, al
quale avrebbe parlato la sera stessa, un simpatico socia-
lista intelligentissimo che aveva rimestato il sottosuolo
umano e che era chiuso come un armadio senza chiave.
I segreti degli altri non erano suoi. L'uomo a cui allude-
va l'agente di cambio era Gnocchi Viani, redattore del
Sole. Il loro incontro avvenne in casa del beneficatore.
Lo fece sedere offrendogli la tazza di caffè e il sigaro
31
estero. Dopo una pausa gli disse di che cosa si trattava
senza mai parlare di somme.
Le idee erano sue e gliele dava scritte. Voleva solo
quello che la sua impazienza non gli permetteva di fare.
Le idee dovevano essere vestite, avevano bisogno di un
po' di forma, dello stile. Egli voleva fondare l'Umanita-
ria con un «ufficio di indicazioni» che «tenesse nota di
tutti gli istituti di beneficenza del paese e dei loro spe-
ciali regolamenti», «in guisa che chiunque desiderasse
ricorrervi» non avesse che da manifestare il suo deside-
rio «su apposita stampiglia a disposizione del pubblico».
La Casa del lavoro della Umanitaria non aveva gli in-
tendimenti del Booth e dei filantropi che vogliono «rifa-
re l'uomo» come il calzettaio rifarebbe un identico paio
di calze con della lana nuova. Voleva che non fosse che
un ricovero momentaneo, un luogo di sosta per i disoc-
cupati alla ricerca di un lavoro più confacente alle loro
attitudini e meglio retribuito. Il tema era interminabile.
Si ritrovavano sovente allo stesso tavolino del caffè e
del sigaro estero e tra una sorsata e l'altra, tra una bocca-
ta di fumo e l'altra rivoltavano, mettevano sottosopra,
sfacevano, rifacevano per disfare un'altra volta il proget-
to sempre in discussione. La dizione li teneva talvolta
pensierosi per qualche ora. Perchè Loria sovente si inca-
poniva sulla parola con la meticolosità di un Arlìa, di-
cendo ch'essa traduceva bene quello ch'egli voleva
esprimere.
Gnocchi Viani gli faceva vedere la poverezza
dell'Umanitaria, la quale aveva, su per giù, l'ideale del
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work-house. E a furia di battere e di martellare per pa-
recchi mesi, il Gnocchi è riuscito a far entrare nel suo
progetto le scuole d'arti e mestieri per i due sessi e le
cooperative. Il Loria non gli lasciava trapelare quello
che è poi avvenuto. Per l'Umanitaria, se andava, non vo-
leva essere che un «oblatore», un «contribuente». E poi,
chi sapeva delle sue ricchezze? Nessuno. Il Gnocchi
Viani non è venuto a saperlo che agli sgoccioli della sua
vita, dopo che l'uno si era impadronito della fiducia
dell'altro.
— Voglio farle vedere, gli disse un giorno il Loria,
ciò che non ho mai fatto vedere a nessuno. Venga, pren-
da il cappello e il bastone e andiamo. Non è lontano.
Andiamo qui alla Banca d'Italia.
Gli uomini geniali hanno voluttà che gli uomini anti-
geniali non conoscono. La tavola popolata di persone
che diffondono il profumo della giovinezza e della bel-
lezza e intellettualizzano la conversazione fino a farla
diventare memorabile. Le pareti illustrate da pennelli
sommi, la cantina superba, la biblioteca che sprigiona
scintille offrono nuovi filoni ai voluttuari della intelli-
genza. Dumas padre, pur essendo uscito dalla burocra-
zia a mille e due, non appena scoperse le sorgenti della
sua ricchezza non ha potuto più vivere che nei grandi
palazzi addobbati dal genio con una servitù femminile
che rappresentasse la bellezza statuaria. Victor Hugo.
pur essendo figlio di un falegname o di un pitocco, si è
dato subito al lusso principesco, con donne plasticamen-
te superbe alla direzione del suo ménage. Cecil Rhodes
33
era indifferente alla agiatezza intellettualizzata. Era an-
che lui un melanconico, i cui occhi non si illuminavano
che quando gli si annunciava la scoperta di un nuovo
terreno di oro o di rame o di ferro o di quarzo o di pirite
o di zinco.
Loria non aveva di geniale che una tazza di caffè. Le
due scansie di libri che aveva in casa erano per le tigno-
le. Vecchi libracci di nessun interesse, specialmente per
lui, che non aveva tendenza alla letteratura classica. Do-
veva averli ricevuti in pagamento o comperati da un po-
veraccio andato sul lastrico dei senza comfort. I suoi tra-
sporti erano tutti per l'oro. Discendendo i gradini che
conducevano al sotterraneo della Banca d'Italia egli di-
ceva a Gnocchi Viani con compiacimento: «Laggiù
sono i miei valori». E quando furono nell'ambiente fatto
a vôlta e contro gli incendii gli fece vedere con la mano
puntata tutti i cassetti e i cassettini colmi, aggiungendo
che tutta quella stanza a colombari era sua. Qui carte va-
lori, là carte valori, e sempre carte valori. «Ma il grosso
della mia fortuna, disse dopo una lunga pausa, è a Pari-
gi, dai Rothschild».
È stato un po' disilluso quando seppe che Gnocchi
Viani fu tra i consiglieri municipali che votarono contro
la sua offerta di cento mila lire. Invece di rinsavire e ri-
versare il suo denaro nelle tasche di un grande giornali-
sta per la fondazione di un quotidiano che diventasse il
più grande diffusore di materiale giornalistico d'Italia, si
è intestardito intorno alla sua Casa di Lavoro ed è anda-
to con la stessa proposta alla Congregazione di Carità.
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Respinto! Gli pareva impossibile che ci fossero istitu-
zioni pubbliche così dure da non capire i suoi ideali e
così sciocche da respingere cento mila lire! E dalla te-
stardaggine degli altri è nata la cocciutaggine del Loria,
la quale lo condusse al famoso testamento che ha lascia-
to tutto il suo patrimonio di undici milioni alla Società
Umanitaria, da costituirsi in base ai suoi opuscoli, i qua-
li racchiudevano la Casa di Lavoro con l'Ufficio di indi-
cazioni, le Scuole professionali e le Cooperative, due
idee vecchie con due idee moderne. Gli eredi non ave-
vano speranza: «Qualora, diceva il testamento, non si
potesse costituire la Società Umanitaria, il mio patrimo-
nio dovrà passare alla Casa Benefica di Torino» – una
casa che io ho visitata e dalla quale sono uscito carico di
orrori. Tutto il resto è saputo. I parenti del Loria si sono
coalizzati con la Casa Benefica di Torino e tutti assieme
si sono messi in lite e dopo tre anni di cavilli avvocate-
schi la vittoria è rimasta all'Umanitaria. L'appello e la
Cassazione avrebbero prolungata la soluzione di quattro
o cinque anni e così saggiamente vennero a una transa-
zione che diede un milione alla Casa Benefica e seicen-
to mila lire ai dieci o dodici parenti del Loria.
Finite le liti e approvato lo Statuto dalla autorità tuto-
ria, lì lì per sviluppare l'ideale loriano, è venuto quella
specie d'anticristo che si chiama Bava Beccaris a buttare
tutto all'aria:
35
Il Regio Commissario Straordinario per la città e provin-
cia di Milano, in forza dei pieni poteri conferitegli con R.
Decreto corrente;
considerato che la Società «Umanitaria», qui istituita in
Ente morale con R. Decreto 29 giugno 1893, nelle ultime
elezioni è venuta, per l'amministrazione, nelle mani di perso-
ne notoriamente affigliate ai partiti estremi con serio perico-
lo che ne volgano i mezzi a fine settario per la propaganda di
idee sovversive e per la preparazione della rivolta contro gli
ordini costituiti4
Decreta:
1.° L'amministrazione della Società «Umanitaria» di Mi-
lano (lascito Loria) è disciolta;
2.° Sarà perquisita la Sede Sociale e saranno sequestrati i
fondi, i registri e qualsiasi altro documento;
3° La Società «Umanitaria» sarà amministrata in via
provvisoria dalla Congregazione di Carità che ne detiene an-
cora il patrimonio, ed alla quale resta pure affidato l'incarico
di studiare ed attuare la riforma di detta opera pia;
4.° La prefettura e la questura sono rispettivamente incari-
cate della esecuzione del presente Decreto.
Il Tenente Generale R. Commissario Straordinario
36
F. BAVA.
37
Due letterucce di Giacomo Magatti
Mandello, 19-2-906.
Egregio Signor Paolo Valera,
Ho solo un'ultima fotografia del mio povero padrone
e mi rincrescerebbe se andasse perduta. Gliel'affido con
la raccomandazione di restituirmela non appena se ne
sarà servito. È l'unica mia reliquia di vent'anni di lavoro.
Aggiungo, come lei desidera, la mia fotografia e quella
della mia sgraziata moglie. Non avevo che le tre cartelle
del diario che le ho inviate nella mia prima lettera. La
lettera che mi ha diseredato conteneva niente di compro-
mettente. Mi lagnavo semplicemente con la moglie per i
modi bruschi con cui trattava i suoi veri amici. Il mio
sogno era che si facesse voler bene da tutti. Invece quasi
tutti lo guardavano di mal occhio. Angoloso, permaloso,
ombroso, sospettoso, non poteva essere felice! Del resto
il vero motivo che gli ha fatto dimenticare noi della sua
casa e tutti i suoi parenti, quello che gli ha dato il colpo
di grazia è stato il Municipio che gli ha respinto la sua
proposta con le 100.000 lire, con le quali voleva iniziare
38
l'Umanitaria. Dopo questo fatto che lo ha angosciato
tanto mi diceva giornalmente: più niente a nessuno!
Così nel 1892 cambiò il suo testamento.
Mia moglie si chiamava Giuseppina Valentini, mari-
tata Magatti ed era essa pure in casa del Loria da otto
anni come guardarobiera.
Di me che cosa posso
dirle? Sono disperato.
L'anno scorso ho provato a
bussare all'uscio dell'Uma-
nitaria con una supplica,
ma non ho avuto che un
sussidio di lire cinquanta,
una volta tanto. Pensare
che ero in giro con Lui da
otto a nove mesi dell'anno,
Giuseppina Valentini. che tribolavo per Lui, che
non risparmiavo fatiche
per piacergli e compiacerlo e che sono stato al suo servi-
zio per più di vent'anni per poi trovarmi negli ultimi
anni della vita all'uscio della miseria più nera è doloro-
so. In vita egli mi ha trattato più da amico che da perso-
na di servizio, perchè qualche volta mi metteva nelle sue
confidenze. Nei momenti di buon umore mi consolava
dicendomi che se fosse morto prima di me io avrei pas-
sato i miei ultimi giorni tranquilli. Invece era talmente
ingolfato nella sua idea umanitaria che si è dimenticato
di essere umano con coloro che gli sono stati fedeli fino
all'ultima ora. Ora ho 60 anni sulla gobba e spesso alle
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prese col necessario mi viene voglia di finirla con un
colpo di revolver nella testa! Pensi, egregio signore, ho
consumato i più begli anni della vita con lui, dal 1872 al
1892, e poi ecco che tutte le mie speranze sono andate
in fumo. Non si ritorna giovani, non si può ricominciare
la vita. Pure mi sarei sottomesso di nuovo a un lavoro
adatto alle mie forze e con questa intenzione sono anda-
to a Milano e ho domandato un posticino qualunque al
presidente della Umanitaria, avvocato Alessi. Ohimè!
Egli mi ha risposto che l'Umanitaria non è una congre-
gazione di carità!
Io non sono un accattone. Li odiava troppo il mio pa-
drone, perchè io potessi divenirlo. Ma veda lei se può
farmi dare almeno un tozzo di pane in questi miei giorni
di vecchiaia. Fanno tanta beneficenza in nome del mio
padrone e per me che sono stato il suo uomo di fiducia
non hanno un centesimo!
La prego caldamente se potesse interessarsi della mia
triste condizione e coi saluti più distinti mi creda
Dev. GIACOMO MAGATTI.
Mandello 20-7-903.
Egregio Sig. Paolo Valera,
L'articolo del Loria è esattissimo, soltanto mi permet-
to una piccola osservazione: dove dice che lo scarto dei
vestiti e biancheria li mandava a Mantova al figlio di
suo fratello, doveva dire che li mandava al suo cugino
40
Aasvero, figlio di una sua zia. Il figlio di suo fratello è
precisamente colui che percepisce le L. 6000 del legato.
Io sarei desideroso che completasse le mie ultime de-
posizioni, cioè riguardo ai testamenti delle diverse epo-
che e delle 15 mila lire consegnate al signor conte Dol-
fin Guerra, esecutore testamentario assieme a Giuseppe
Venturelli, – l'unico al quale ha lasciate due mila lire
l'anno per la grande pazienza che ha avuto con lui – de-
nari che tranquillamente potevo tenermi, e ricordasse la
nota testamentaria che mi mostrò in diverse volte il si-
gnor Loria delle 20 mila lire che alla sua morte mi sa-
rebbero toccate, nota testamentaria che pare sia sparita
non si sa come.
Le rimetto le ultime cartelle delle memorie del signor
Loria del '92 che faceva giornalmente. Per quanto abbia
frugato non ne ho trovato altre: ad ogni modo lo prego
di non distruggerle.
La ringrazio del disturbo che le ho recato con questa
mia. Non mi resta che raccomandarle la mia causa e la
mia posizione.
La riverisco distintamente e mi creda suo
Devot. GIACOMO MAGATTI.
41
La moglie del Loria
42
bé, a fondo azzurro, cinto
di una fascia alta, col fib-
bione altissimo che divide
la donna al centro ombeli-
cale, col seno piuttosto al-
tezzoso, illustrato da otto
bottoni dorati. Tutt'assie-
me mi parve una Palmira
Spinazzi arricchita. Pen-
denti di perle ai lobi, ri-
svolti di pizzo alle mani-
che, braccialetti d'oro
massicco ai polsi, anello
Anna Tedeschi Loria. dello stesso metallo pure
massiccio all'anulare della
mano destra. L'unico fornitore del vicerè d'Egitto dei
tempi d'oro non ha potuto astenersi dall'essere volgare
come la moglie. In piedi, nello stifelius, col panciotto e i
calzoni dello stesso bristol nero, con la testa di semita
piantata nell'alto solino del colore della neve come la
sua barba e i suoi baffi e i rimasugli dei suoi capelli. La
caratteristica provincialata del pittore e dei coniugi è che
il marito ha una lettera in mano poggiata sul tavolino e
la moglie una rosa fra le dita capovolta sul ventre come
una vittima.
Le tombe dei Loria sono di color greggio, lisce, con
parole incise in bronzo.
La lapide sulla testa della tomba della consorte ha
queste parole:
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Ad Anna Loria Tedeschi le allieve della Scuola pro-
fessionale femminile di Milano riconoscenti.
Quella del consorte è così concepita:
Ceneri di P. M. Loria – Volle autopsia e cremazione –
utile usanza – 1814-1892.
Ha conservato il ticchio dei pedagogo fino alla cre-
mazione.
La moglie deve essere stata più benefica o benefica
come il marito, perchè alla sua morte il Municipio di
Roma ha inviato al desolato marito la seguente perga-
mena:
S. P. Q. R.
Prospero M. Loria, nel MDCCCLXXXII
Perdeva, per intempestiva morte, La Moglie
Adorata Anna Tedeschi, donna d'alto senno
E di benefico cuore. Egli ispirato dalla memoria
Come Lei vivente, Dal Consiglio di essa, volle
Consacrare una cospicua somma a favore
Della scuola professionale femminile
Di Roma, intitolando col nome di Anna Tedeschi
La Munifica fondazione. I rappresentanti del
Comune di Roma, Tratti da ammirazione per la
Generosità dell'Atto, e la gratitudine per il
Vantaggio procurato a quell'istituto d'istruzione
Urbano, deliberarono unanimi di attestare
Solennemente, con questo foglio, a Prospero M. Loria
La Lode e la Benemerenza che a Lui consideratamente
Tributa l'intera cittadinanza.
Addì X Maggio MDCCCLXXXVIII.
44
Il Sindaco
ALESSANDRO GUICCIOLI.
Assessori effettivi:
(Seguono le firme.)
Assessori supplenti:
(Seguono le firme.)
Il Segretario Generale: ANTONIO VALLE.
45
L'aggressione clericale e
la Camera del Lavoro
46
La documentazione è sotto i nostri occhi. A pochi
giorni di distanza abbiamo veduto che l'istituzione nelle
mani dei socialisti può essere contesa da coloro che
sono alla estremità opposta della scala sociale. Che cosa
c'è nell'Umanitaria che non possa essere fatto dai preti,
dai chiesaiuoli, dai clericali, dal partito nero, il quale è
in mezzo a noi come un tizzone di discordia? L'emigra-
zione? Bonomelli risponde per me. La rete pretesca è di-
stesa in tutta la Svizzera e in tutta la Germania. Le in-
chieste statistiche? Le Leghe clericali del lavoro di via
S. Tommaso vi possono dare tutta la Lombardia affolla-
ta di cifre. Copiano, so bene, copiano tutto ciò che è lai-
co. Domani, senza dubbio, copieranno anche le scuole
d'arti e mestieri, sostituendo al la naturalista dei rifor-
matori d'oggi, il la delle pinzochere, se domani potranno
andare al loro posto. Ma non vi andranno. La democra-
zia si è risvegliata. E i soci, da 4 mila, sono saliti in un
fiat a 30 mila: tutta una muraglia laica che impedirà il
passaggio ai nemici del progresso.
Nessuno avrebbe creduto che la bontà di Loria sareb-
be divenuta per noi fonte di amarezze e di dissensi, di
recriminazioni e di desolazioni. Ma così è e così sarà.
Perchè l'Umanitaria con la camicia di forza che le ha
messo indosso il suo testatore non può muoversi senza
schiacciare gli altri o gli affini. Tutto il suo lavoro è del
lavoro che sottrae alla Camera del Lavoro, la quale, a
poco a poco, dovrà cercare l'esistenza nella vita politica.
Cito a caso. Che cosa c'è di più naturale dell'Ufficio di
collocamento in un ambiente puramente operaio?
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L'Umanitaria se lo è appropriato. L'emigrazione proleta-
ria non dovrebbe essere dell'edificio delle organizzazio-
ni proletarie? È passata anch'essa nella zona dell'Umani-
taria. Tra l'una e l'altra istituzione l'attrito è continuo. La
consulenza medica e la consulenza legale non dovrebbe-
ro avere gli uffici nella casa di via Crocefisso? No, per-
chè l'Umanitaria se le è appropriate Del dualismo non
faccio colpa ad alcuno, perchè l'errore mentale è del Lo-
ria che ha buttato nella vita moderna una vecchia istitu-
zione che gli eredi hanno dovuto svecchiare con qualche
buffata dei nostri tempi. Ma dico e dirò sempre che nella
società del tuo e del mio ci dovrebbe essere una legge
che impedisse agli ammalati, ai pazzotici, agli squilibra-
ti, ai nevrastenici, alle teste tribolate dai delirii megalo-
maniaci di infliggerci le loro fortune legate ai progetti di
redenzione umana. A noi basta la restituzione delle pro-
prietà accumulate in fretta e in furia, senza le loro solu-
zioni sociali che diventano per noi dei rebus o dei rom-
picapi.
Gli studî della gente che non ha avuto testa che per
ingrossare i proprii capitali; gli ideali delle persone che
si accorgono della vita collettiva quando la loro vita fisi-
ca è in isfacelo; i sogni masturbati nei cervelli decrepiti
e ammantati di vernice umanitaria diventano, tra noi,
buaggini e ingiustizie.
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